|
Testimonianza tratta dal libro di Salvatore Conte |
21) L’Orient Express
Nel mio viaggio precedente accanto alla stazione centrale di Stoccolma, avevo
notato un ristorante molto particolare: era un vero e proprio vagone che con
delle piccole accortezze, anche se era stato modificato, manteneva intatto tutto
il fascino di una carrozza ristorante del famoso treno” Orient Express”. Pensai
che quello sarebbe stato il luogo ideale per passare una serata serena e poi
volevo che mamma pensasse a tutto tranne che alla malattia.
Quando entrammo dentro sinceramente anch’io rimasi sorpreso: era davvero
affascinante, tutto era rimasto inalterato dalle tendine delle finestre alle
poltrone per sedersi.
Tra mamma e Annarita non si capiva chi fosse la bambina; si guardavano intorno
meravigliate, avevo fatto centro, quel posto davvero particolare aveva colpito la
fantasia della mia piccola comitiva.
All’ingresso fummo accolti da una bella cameriera, bionda, occhi azzurri, snella,
vestita con camicia bianca a maniche lunghe e pantalone nero, sopra i quali, un
lungo grembiule nero copriva tutta la parte anteriore. Ci fece accomodare in
quello che probabilmente una volta doveva essere uno scompartimento riservato e
ci sedemmo per due, io e papà e di fronte mamma e Annarita.
Dopo aver letto attentamente il menù, ordinammo; avevamo tutti fame. Il pomeriggio
era stato lungo e faticoso e per tutta la serata nessuno parlò della malattia;
mangiammo tanto, compreso il dolce e passammo una serata meravigliosa.
Come sempre grazie a mio padre non mancarono i motivi per ridere e per chi non
conosceva la realtà dei fatti la nostra famiglia sembrava un felice gruppetto di
turisti.
Difficilmente potrò dimenticare quella serata. Dentro mamma era cambiato
qualcosa, tutte le sofferenze subite fino ad allora l’avevano distrutta tanto nel
fisico quanto nell’anima, ma adesso aveva trovato una nuova energia per poter
ricominciare. Forse in quel treno metaforicamente per noi iniziava un nuovo
grande viaggio che non aveva una meta sicura, ma per adesso ci permetteva almeno
di poter continuare a sperare e a lottare.
Quando arrivammo in albergo andammo diritti a dormire, anche perché poi non
c’erano grandi motivi per rimanere svegli: fuori nevicava copiosamente, la
televisione trasmetteva solo due canali e per di più in lingua svedese. L’albergo come tutte le sere era piombato nel più assoluto silenzio e per il
momento non avevamo conosciuto nessuno con cui poter scambiare qualche parola.
Così terminava il nostro secondo giorno a Stoccolma.
La mattina seguente, verso le otto, mamma portò il caffè a letto a tutti noi; non
bisognava meravigliarsi, infatti si era organizzata di tutto punto con fornellino
elettrico, moka, zucchero e caffè per non privarsi di una delle cose che, come
diceva, la faceva sentire non molto distante da casa. Adesso si cominciava a fare
sul serio: il pomeriggio dovevamo essere alle tre in ospedale per iniziare la
terapia.
Avendo la mattinata libera, dopo la solita abbondante colazione, decidemmo di
andare a visitare un centro commerciale che era vicino il nostro albergo.
Così, abbigliati per il caso, sotto la neve che continuava a cadere, a piedi
raggiungemmo il centro. Dentro faceva molto caldo e la prima cosa che ci colpì
fu il fatto che, nonostante fossero le dieci del mattino e fosse pieno di persone,
regnava un ordine ed un silenzio incredibile.
I negozi erano tutti addobbati per il Natale e cominciammo a vedere tanti
souvenir che fino ad allora non avevamo visto in nessun altra parte del mondo. A
mamma e a mia sorella, che erano due professioniste dello shopping, luccicavano
gli occhi. Così comprando le cose più disparate passammo la mattinata. Il pranzo
fu molto veloce, un panino solo per me, papà e Annarita, per mamma nulla, perché
doveva rimanere digiuna, ma, per fortuna, le tre arrivarono velocemente e con
qualche minuto di anticipo ci presentammo nel reparto di radioterapia del Karolinska Hospital.
Sinceramente ero molto curioso di sapere che cosa avrebbero fatto quel giorno e,
mentre immaginavo cosa sarebbe accaduto alla tre in punto, non un minuto in meno
non uno in più, vedemmo avvicinarsi una infermiera che, dopo aver chiesto se la
signora”Anna” fosse tra di noi, si presentò per nome e dopo aver stretto la mano
a tutti noi fece segno, gentilmente, a mamma di seguirla.
Ovviamente per le necessarie traduzioni anch’io segui mamma, anche se nei giorni
seguenti l’intuito e la sua intelligenza la misero in condizione quasi di non
aver più bisogno di me in quanto aveva imparato a comunicare con i gesti.
Entrammo in una grande stanza piena di grandi macchinari; due infermieri si
avvicinarono e, dopo esseri anche loro cortesemente presentati stringendoci la
mano, fecero svestire mamma e dopo che fu completamente nuda la fecero stendere
sul lettino della tac.
Dopo averla coperta con un lenzuolo mi fecero cenno di seguirli perché per
iniziare l’esame era necessario che nella stanza per sicurezza ci fosse solo
mamma. Ci vollero circa dieci minuti.
Mi guardavo attorno e notavo l’ordine, la pulizia, il silenzio, il rispetto che
regnava in quell’ospedale. Vedevo che essere ammalati per quelle persone
significava avere di fronte qualcuno da trattare con normalità e
contemporaneamente da aiutare e spronare.
Sinceramente, all’inizio, pensai che forse quei modi così gentili erano riservati a noi
in particolare, perché eravamo stranieri, ma poi col passare dei giorni
capii che quello era il loro modo di fare con tutti, svedesi e non.
Finita la tac mamma fu accompagnata in un’altra stanza sulla porta della quale
era scritto simulatore.
Le apparecchiature in questa stanza erano molto più complesse delle precedenti e
dopo un po’, appena mamma cominciò, capii che cosa stessero facendo: in pratica
stavano prendendo le misure del tumore per farle combaciare con gli spostamenti
dovuti alla respirazione.
Queste misurazioni avrebbero impedito ai medici di irradiare una zona diversa da
quella ammalata. Nella stessa stanza, dopo che furono prese le dovute misure, fu
costruita un’armatura in polistirolo intorno al corpo di mamma. Mi fecero capire
che questa avrebbe permesso, per tutti e tre le sedute previste, di avere la
paziente sempre nella stessa posizione. Tanto per non cambiare mamma
ironicamente mi disse ”mi hanno preso le misure per la bara” e da quel giorno
quella strana forma la battezzò sarcofago.
Poi montarono sul torace di mamma un arco metallico dal quale partiva un pistone
che comprimeva lo sterno: questo permetteva che, durante il trattamento, la
respirazione non creasse molti spostamenti, limitando l’escursione in avanti
verso l’addome dello sterno. Tutto questo durò circa due ore dopo di che
gentilmente ci congedarono rilasciandoci un foglio sul quale erano scritti il
giorno e tutti gli orari delle future sedute.
Ci rendemmo conto che la vera terapia sarebbe iniziata fra due giorni e che
erano stati stabiliti dei giorni di riposo tra le varie sedute per dare la
possibilità al paziente di riprendersi fisicamente e anche per evitare di
irradiare a distanza “ravvicinata”, perché sarebbe stato, visto l’alto
dosaggio, molto pericoloso.
Così lasciammo l’ospedale e velocemente tornammo in albergo, perché mamma aveva
una fame da mangiare le pareti dell’ospedale.
Avevo notato che il fatto di sentirsi di nuovo curata, di sentirsi al centro di
mille attenzione da parte di medici che la trattavano come aveva sempre
desiderato, aveva scatenato dentro di mamma una forza incredibile e questo lo
vedevamo tanto nell’umore quanto nel suo fisico che rinvigoriva sempre di più,
giorno per giorno, tanto che quando lasciammo Stoccolma era ingrassata di circa
sei chili.
Per la prima volta, visto che arrivammo prima dell’orario di chiusura della sala
ristorante, cenammo in albergo.
La cena fu appetitosa, a base di riso e di qualcosa che credo fosse
pesce, accompagnato da tanta verdura che era possibile prendere sul buffèt.
Quella sera conoscemmo un’altra paziente che proveniva dalla Danimarca e che
credendo che fossimo Spagnoli, lingua che conosceva benissimo, si avvicinò per
scambiare qualche parola con noi.
Quando scoprì che eravamo Italiani ci disse qualche piccola parola anche nella
nostra lingua ma poi la conversazione continuò in Inglese.
Da quella sera diventammo amici e passammo insieme tantissimo tempo, perché
Anna, questo era il suo nome, aveva la stessa malattia di mamma, ma più avanzata e
con una storia familiare molto triste.
22) Sentimenti indescrivibili
Anna aveva origini polacche ed era una bellissima donna di 46 anni.
Biondissima, occhi azzurri, un visino perfetto con nasino alla
francese, prosperosa, ci raccontò che era già un anno che combatteva con il tumore
al pancreas, ma che ora, avendo anche alcune metastasi al fegato, i medici danesi
avevano deciso di smettere con la chemioterapia, che si era rivelata inefficace e
che ora era a Stoccolma per tentare questa ultima disperata carta.
Era sola, non aveva nessuno che l’accompagnasse, perché la mamma, unico parente
che aveva, era rimasta a casa ad accudire il bambino di sei anni, visto che da
poco si era separata dal marito.
A volte penso che la vita sa essere davvero spietata; non i solo mille problemi del
vivere quotidiano, ma proprio a chi ne ha meno bisogno, anzi avrebbe forse
bisogno di un po’ di fortuna, gli riserva un male incurabile.
Mi fece una tenerezza incredibile pensarla sola, lontano da casa, senza l’aiuto di
nessuno.
Allora capii quanto importante fosse stato tutto l’amore che la mia famiglia
aveva riversato su mamma. Forse pensai senza di questo mamma sarebbe morta nove
anni prima.
Anna era sempre sorridente ed allegra e non mancava la minima occasione di
incoraggiare mamma a sperare e a combattere.
In poche parole adottammo Anna nel nostro gruppo e, per il poco tempo che rimase
a Stoccolma, visto che come terapia era avanti rispetto a mamma, non la lasciammo
mai sola e dovunque andassimo noi lei ci seguiva.
Quella serata fu decisamente diversa dalle due precedenti e dal programma
ospedaliero. Sapevamo che l’indomani avevamo tutta la giornata libera per cui, cartine alla mano. decidemmo di cominciare a conoscere meglio la città e fu così
che la nostra prima visita cadde su Skansen.
Cosi, dopo aver fatto le rituali telefonate in Italia, andammo a dormire; mi
sentivo tranquillo e soddisfatto.
Mi addormentai pensando alla gentilezza e alla cortesia del personale
svedese, agli stupefacenti macchinari che avevo visto nell’ospedale e al fatto
che in Italia c’era chi affermava che tutto questo non sarebbe dovuto esistere.
La mattina mamma come di consueto fece la sveglia a tutti.
Un timido e pallido sole faceva brillare la neve che era caduta abbondante per
tutta la notte, ma adesso sembrava che, per il momento, ci fosse una breve pausa.
Era la giornata adatta per fare i turisti. Dopo la colazione, come stabilito, ci
incontrammo con Anna e verso le undici eravamo davanti ai cancelli di Skansen.
Questo posto era una piccola città medievale all’interno della città moderna.
Era immersa nel verde, anche se coperto dalla neve e in pratica era la
ricostruzione fedele di un villaggio della Svezia dal tredicesimo secolo. Gli
abitanti erano vestiti in abiti d’epoca e le abitazioni erano realmente quelle
di allora. Si poteva entrare in queste case e si poteva vedere come e con cosa
preparavano da mangiare, come lavoravano il panettiere, il maniscalco, l’ufficio
postale, il droghiere e tutte le attività necessarie alla vita quotidiana di
allora.
Tutto era ricostruito nei minimi particolari e ci sentivamo immersi in un mondo
irreale. All’interno del villaggio esisteva anche uno zoo con tutti gli animali
nordici. Passammo l’intera mattinata a visitare quel magico posto, ma il freddo e
di nuovo la neve ci fecero decidere di tornare frettolosamente in albergo.
Anche stavolta il pranzo fu molto gradevole, anche se sinceramente non abbiamo
mai capito fino in fondo che cosa mangiassimo: diciamo che il più delle volte
andavamo ad intuito.
Il pomeriggio dopo una breve pennichella, approfittando di una nuova pausa della
neve, decidemmo di recarci al centro storico di Stoccolma.
Questo piccolo quartiere in stile medievale chiamato Gamlastan era il cuore
della città. Migliaia di persone affollavano le sue strette viuzze sulle quali si
affacciavano vetrine zeppe di articolo natalizi.
Era fantastico vedere come nell’aria si avvertiva il Natale: le luci, gli odori,
tutto mi portava alla magia della festa che stava per arrivare. Per un attimo
guardando mamma pensai a quello che ci aspettava, all’incertezza del futuro, ma mi
scrollai quel pensiero dalla mente: niente e nessuno in quel momento poteva
rovinare le sensazioni positive di quello che stavamo vivendo.
La sera rientrammo in albergo carichi di pacchi e pacchetti. Mamma voleva
portare a casa alle “ragazze”, così chiamava le mia sorelle, un pensiero a testa,
ma sinceramente credo che non era tanto il regalo che gli importava di
portare, era piuttosto il fatto che pensando a loro le faceva sentire meno
lontane.
Dopo cena eravamo tutti stanchi e pensando all’indomani, giorno in cui mamma
avrebbe fatto la prima seduta, decidemmo di andare a dormire per essere pronti
ad affrontare un nuovo lungo giorno.
23) Il raggio di luce che ammazza il cancro
Quella mattina ero un po’ nervoso, perché non sapevo quali sarebbero gli eventi
che avrebbero caratterizzato la giornata. Sapevo che mamma avrebbe fatto
nel pomeriggio la prima seduta, ma non conoscendo quali sarebbero state le
modalità della terapia e gli eventuali effetti collaterali, ero abbastanza
agitato.
Per tranquillizzarmi ricordai le parole dette dal prof. Blomgren che mi aveva
assicurato che non ci sarebbero stati particolari effetti collaterali e che
sarebbe andato tutto bene.
Pensai che da quel pomeriggio quella maledetta malattia che da anni perseguitava
la mia famiglia finalmente sarebbe stata affrontata a viso aperto e questo mi
dette la forza per rasserenarmi e riuscii a far passare a mamma una mattina
serena.
Arrivarono le fatidiche tre del pomeriggio e, precisi come sempre, ci chiamarono
per il nostro turno. Anche Anna ci aveva accompagnato e, mentre io e mamma
seguivamo l’infermiera che era venuta a chiamarci, Annarita, papà e Anna rimasero
in silenzio ad aspettarci in una graziosa saletta d’attesa, attrezzata con
acqua, te caldo, caffè, biscotti e altri generi di conforto per accompagnatori e
pazienti successivi.
Anna salutò mamma con un lungo abbraccio, cercando di tranquillizzarla con il
fatto che prima di lei aveva fatto le sedute e tutto era andato bene.
Si scambiarono, mamma, papà e Annarita un veloce sguardo e, seguendo l’infermiere,
per la prima volta entrammo nella stanza dove era situata la macchina che poteva
curare il tumore di mamma.
Era mastodontica e quasi mi incuteva timore pensare che mamma doveva stendersi
sotto quel macchinario a pochi millimetri da quintali di acciaio. Dopo averla
preparata, inserendola nel “sarcofago” e montando l’arco e il pistone sul torace,
la lasciammo sola e ci recammo in una stanza dalla quale la potevamo seguire
attraverso delle telecamere. Prima di uscire notai che il soffitto era pieno di
disegni dai colori tenui; capii che erano stati disegnati per dare al paziente,
che per la posizione in cui era messo era costretto a guardare il soffitto, un
qualcosa da osservare in modo da potersi distrarre; il tutto era accompagnato da
un sottofondo di musica classica.
Col tempo venni a sapere che quando venivano trattati i bambini venivano usati
disegni disneyiani e favole.
Quando fui sull’uscio della stanza lanciai un ultimo sguardo a mamma: i nostri
occhi si incrociarono e senza dire una parola con quel linguaggio che ben
conoscevamo ci dicemmo “ci vediamo tra poco!”.
Mamma era serena, non mostrava la minima agitazione e anzi aveva negli occhi
quella forza che la rendeva pronta ad affrontare una nuova battaglia e, a
differenza di tutte le altre occasioni nelle quali la lasciavo in preda a mille
paure, questa volta dal suo viso veniva fuori una luce che non avevo mai visto
prima. Sapeva che poteva ottenere quello che da tanto cercava ed era determinata
a raggiungere quel traguardo con tutte le sue forze: vivere per se e per la sua
famiglia.
Quando vidi uno dei due tecnici premere il tasto ON capii che la terapia era
cominciata. Nella sala comandi non si sentiva alcun rumore particolare, solo un
ticchettio e tutti i nostri occhi erano concentrati sui monitor attraverso i
quali seguivamo mamma. Avevamo stabilito che se avesse avuto qualche problema o
per respirare o per altro avrebbe dovuto alzare un braccio, ma non si mosse, rimanendo tranquilla per tutto il tempo. Quel leggero ticchettio dei computer
che accompagnava il trattamento si fermava ogni volta che la macchina cambiava
automaticamente posizione in base alle angolature con il quale il tumore doveva
essere colpito.
Questo accadde per nove volte per un tempo totale di circa venti minuti.
Era incredibile! Tanto lavoro per programmare il tutto e quel gioiello di
tecnologia in così poco tempo aveva completato la prima seduta.
Uno dei due tecnici presenti mi disse che in quel brevissimo lasso di tempo
mamma aveva ricevuto un dosaggio altissimo di radiazioni, ma tutte focalizzate
sulla zona da colpire: era questo il segreto della terapia, trattare solo quello
che interessava, lasciando integri i tessuti adiacenti.
All’uscita dalla stanza papà e Annarita furono quasi sorpresi dal vedere mamma
uscire come se non avesse fatto nulla.
Si strinsero accanto a lei abbracciandola e baciandola; mamma era tutta
confortata da quelle attenzioni e anche Anna si strinse a lei. Era passata la
paura della prima seduta, ora mamma sapeva in cosa consisteva effettivamente il
trattamento.
Dopo avergli fatto bere un te caldo lasciammo l’ospedale e rientrammo in
albergo.
Mamma era molto affamata perché dalla mattina aveva fatto solo colazione e
voracemente mangiò la cena in albergo.
Purtroppo, almeno per la prima seduta, non tutto andò liscio come speravamo e
poco dopo cena iniziarono i primi sintomi che poi, con il passare dei giorni,
imparammo a gestire con i necessari accorgimenti.
Infatti verso le nove mamma mi chiamò dicendomi che iniziava ad accusare un
forte dolore alla schiena e nausea.
Avevamo avuto dal prof. Blomgren precise indicazioni su cosa fare dopo la
terapia e una delle cose che subito feci, dopo che mamma mi avvisò dei sintomi, fu
di somministrare del cortisone in dosi abbastanza elevate; questo avrebbe fatto
riassorbire il liquido che si formava dopo il trattamento radioterapico, evitando
che la compressione che causava desse tanto dolore a mamma.
Ma purtroppo capii che avevo somministrato il cortisone a mamma troppo tardi e
vi assicuro che quella notte fu da incubo.
Mamma vomitò a causa anche dei fortissimi dolori, la febbre gli arrivò a
trentanove gradi e mezzo e ci vollero molte ore prima che il cortisone facesse
il suo effetto. Era quasi l’alba quando mamma si assopì e anch’io stremato, dopo
che la vidi addormentarsi, crollai in un sonno profondo.
Mi resi conto che sarebbe stato necessario anticipare la somministrazione del
cortisone per evitare tutti quei dolori e nei giorni seguenti, così facendo,
evitammo il ripresentarsi di quei terribili effetti collaterali.
Stavo gestendo da solo una situazione che di sicuro avrebbe dovuto gestire un
medico, ma non ebbi mai un’esitazione a compiere pratiche e a prendere decisioni
mediche di cui mi assumevo tutto il rischio, ma che avevano come fine il bene di
mia madre.
Non ho mai avuto paura in tutti quegli anni a praticare su mia madre terapie, a
somministrare medicinali sui quali non avevo nessuna competenza ma che mamma
convinta dalla grande esperienza che avevo acquisito sul campo non esitava
minimamente a farsi somministrare.
La mattina seguente verso le nove una carezza mi svegliò e una voce mi disse: “il caffè!”.
Era incredibile!
Mamma era accanto a me pronta e vestita per fare colazione, aveva recuperato in
un modo prodigioso una notte terribile.
Solo mio padre e mia sorella potrebbero raccontarvi cosa aveva subito mamma la
sera precedente, perché con i loro occhi avevano visto un essere umano
contorcersi dai dolori in una situazione difficilmente descrivibile e ora era
truccata, pettinata, elegante e bella come sempre, pronta ad affrontare una nuova
giornata.
Ci guardammo per pochi secondi quasi avessi voluto chiedergli: “Ma come fai?”.
Ma poi il suo sorriso mi persuase a non fare stupide domande e mi alzai
rasserenato per aver visto mamma in quella splendida condizione.
24) Il rientro a Napoli
Gli altri giorni passarono quasi identici, scanditi dalle giornate in cui mamma
aveva la terapia e quando il freddo e la neve lo consentivano, le escursioni in
quella fantastica città.
I primi giorni passarono velocemente, ma dopo la prima settimana sembrò che il
tempo si fosse fermato, ogni giornata era lunga e interminabile e la voglia di
tornare a casa diventava sempre più forte.
Anna ci lasciò una settimana prima della nostra partenza e fu molto triste dirci
addio, perché avevamo instaurato un rapporto molto affettuoso.
E’ sempre difficile dire addio ad una persona a cui vuoi tanto bene, anche se da
poco tempo e, ancora oggi, a distanza di alcuni anni, pur non avendo avuto più
nessuna notizia di Anna, nei suoi confronti è rimasto inalterato quel sentimento
di tenerezza, di affetto, sentimento che provai dal primo giorno che la
conobbi.
Le altre sedute non furono gravate da alcun effetto collaterale e tutto si
svolse nei migliori dei modi.
Finalmente dopo l’ultima seduta arrivò il consulto finale con il Professore
dopodiché potevamo rientrare a casa dopo diciotto lunghi, interminabili giorni
di permanenza a Stoccolma.
Blomgren fu come sempre affettuoso e cordiale;ci congedò dicendo che la terapia
era stata conclusa regolarmente senza grosse difficoltà.
Adesso bisognava aspettare tre mesi e la prima tac di controllo avrebbe sancito
i primi risultati. Aggiunse che lui era molto ottimista e che sarebbe stato
necessario eseguire solo dei controlli periodici, dopodiché mamma poteva svolgere
una vita del tutto normale.
Grandi abbracci, qualche lacrima e molti sorrisi fecero da cornice al nostro
saluto al medico che ci aveva ridato la voglia di vivere e soprattutto, cosa
fondamentale per vivere, di continuare a sperare.
Eravamo arrivati a Stoccolma con zero speranze e nessuna certezza, ripartivamo
con la speranza di continuare a combattere e con la certezza di aver fatto la
terapia giusta.
Personalmente la mia più grande soddisfazione era vedere la trasformazione che
aveva subito mamma.
Chi la conosceva prima della partenza aveva salutato una persona
magra, stanca, quasi avvilita e rinunciataria alla vita. Ora ritornava a casa una
persona rinfrancata nello spirito, rinvigorita nel corpo e, cosa più importante,
con tanta voglio di credere che poteva continuare a vivere!
Sapevo che quella esperienza che si stava per concludere non avrebbe messo la
parola fine alla nostra storia, ma mi bastava sapere che ora avevamo un punto di
riferimento che, se fosse stato necessario, potevamo contare su persone che non ci
avrebbero mai lasciati soli.
Ecco credo che questa è forse la sensazione più forte che provammo nel nostro
viaggio a Stoccolma: per tutti i giorni in cui mamma divenne una loro paziente
non si sentì mai sola, venne seguita e trattata come aveva sempre desiderato, con
rispetto e umanità, con gentilezza e riservatezza.
Mai una parola fuori posto, mai un gesto di stizza, sempre sorridenti e
disponibili a prestare tutte le loro attenzioni su di una persona che in quel
momento aveva bisogno di loro, perché aveva una grave malattia da curare e non
una colpa da espiare.
Così finalmente arrivò il giorno della partenza; Stoccolma ci salutò con
un’abbondante nevicata e dopo un viaggio tranquillo e sereno finalmente
giungemmo a Napoli.
L’accoglienza fu memorabile: in aeroporto ci aspettavano un folto gruppo di
persone composto dalle mie sorelle e dai loro fidanzati.
Fiori abbracci e tante lacrime che non potrò mai dimenticare. Quanto a me trovai
ad attendermi in aeroporto la persona che in tutti quegli anni di solitudine, di
sacrifici, di dolore aveva dato un appoggio incondizionato a tutto quello che
facevo. sapendo mettere da parte le sue esigenze, quando era necessario, e
spronandomi con tutte le sue forze quando capiva che avevo bisogno d’aiuto.
Come ho accennato all’inizio del racconto, questa subdola malattia non danneggia
solo chi ne soffre ma anche chi gli vive accanto e, soprattutto, gli vuole bene.
Pochi mesi dopo che mi fui sposato a mamma, come ben sapete, ritornò la malattia
e tra me e mia moglie nacquero delle incomprensioni che in poco tempo ci
portarono alla separazione.
La ricerca disperata di aiutare mamma mi aveva portato lontano da mio figlio e
per mesi non l’ho visto o non sono stato messo in condizione di vederlo, visto
che abitava in un’altra città.
Purtroppo non tutti riescono a capire e a comprendere che cosa si può provare a
veder soffrire e lentamente morire la persona che si ama più della propria vita.
Sono sensazioni e sentimenti di dolore indescrivibili che in molte occasioni o
per egoismo o per semplice mancanza di compassione spingono proprio le persone
che dovrebbero aiutarci e sostenerci nei momenti più difficili, quando le nostre
forze vengono meno, ad abbandonarci rifiutando di accettare o di capire.
Non voglio colpevolizzare nessuno, nè augurare a qualcuno di provare quello che
si prova quando ci si sente soli nel dolore.
Voglio solo che tutti ammirino, senza enfasi, il comportamento della donna che mi
auguro di amare per tutto il resto della mia vita: Angela.
Silenziosa, affettuosa, tenera, nutriva per mia madre un sentimento che non
derivava dall’amore che provava per me, ma un sentimento vero, sincero verso una
persona che, aveva capito, aveva bisogno anche del suo aiuto!
Quale? aiutare e sostenere me in quello che poteva fare !
Auguro a tutti coloro che combattono contro questo terribile male di avere
accanto una persona che come Angela sappia dimostrarvi tutto il suo
amore, rinunciando, per tutto il tempo necessario, a tutto quello che una vita
normale avrebbe potuto offrirgli.
Grazie per tutto quello che mi hai dato!
25) Quell’inferno chiamato tumore
Così dopo i dovuti festeggiamenti eravamo a casa.
Ci vollero pochi giorni ma poi ci rituffammo nella quotidianità di tutti i
giorni. Mamma era davvero un’altra persona. Ora aveva grinta da vendere e tanta
forza per continuare a vivere. I primi mesi passarono tranquilli, senza che
avesse alcun problema.
Quel Natale fu forse il più bello della mia vita, perché dentro di me erano
cambiate tante cose ed avevo raggiunto dei traguardi che mi sembravano
irraggiungibili: primo fra tutti avevo scoperto una terapia che in Italia allora
nessuno praticava e questa aveva dato a mamma la possibilità di continuare a
combattere, quando al contrario i medici che la seguivano a casa avevano
certificato che bisognava aspettare solo che morisse (e quel termine era già
scaduto da parecchio).
Secondo, avevo girato mezzo mondo ed in gran parte da solo e questo mi aveva
maturato, come uomo, sia nel fisico che nella mente.
La mia vita sentimentale si era normalizzata, come vi ho detto, nel migliore dei
modi e finalmente potevo passare tutto il tempo che volevo con il piccolo
Gennaro.
Vi assicuro che in quelle fantastiche feste dentro di me vi erano dei sentimenti
indescrivibili che scaturivano dal vedere mamma in forma, dal ricordo delle
tante persone conosciute nei miei viaggi e dalle forti emozioni che avevo
provato nella meravigliosa Stoccolma.
Il tempo passò velocemente e al primo controllo tac giunse la prima grande
sorpresa: a soli tre mesi dal trattamento il tumore si era rimpicciolito di circa
tre centimetri per cui la massa si era ridotta da SEI a TRE CENTIMETRI.
A distanza di circa un anno della lesione non vi era più traccia.
Nessuno si aspettava un risultato così eclatante. nemmeno i medici. La notizia
della regressione fu accolta da mamma con tanta felicità e gioia che trovo molta
difficoltà a descrivere con le parole quello che provò;
mamma amava solo la vita e non voleva nient’altro se non vivere con i suoi
figli.
Passarono altri mesi e le condizioni generali di mamma migliorarono sempre di
più.
Però quello che poteva diventare un lieto fine di una bella favola fu solo un
periodo momentaneo.
Il cancro è una malattia subdola che ha mille modi di far soffrire chi ne è
afflitto.
Mamma dopo circa un anno ebbe una gravissima emorragia gastrica dovuta al fatto
che, anche se rimpicciolito, il tumore comprimeva dei grossi vasi dello stomaco
per cui la forte pressione che si era creata aveva lesionato le pareti dello
stomaco.
Per questo gravissimo evento subì una nuova lunghissima operazione di by-pass
dei vasi che durò quasi le stesse ore del primo intervento: quattordici ore.
Per non annoiare evito di raccontare le esperienze che vivemmo nei lunghi giorni
di degenza tra rianimazione e reparto e che ci fecero riprovare, a distanza di
tanti anni, gli stessi spiacevoli e tristi sentimenti vissuti in passato.
In effetti era cambiato ben poco, forse dopo dieci anni le nostre strutture
ospedaliere offrivano qualche innovazione tecnologica, ma nulla era differente
nel modo di pensare e di comportarsi da parte dei medici e del personale
sanitario.
E per di più ora avevamo come metro di misura il comportamento ricevuto
nell’ospedale Svedese.
Imparagonabile!
Però un grande ringraziamento devo rivolgerlo al chirurgo che assumendosi enormi
responsabilità decise di operare comunque mamma. Il dottor Cu. è stato come il P.
C. uno dei medici ai quali la nostra famiglia deve tanto perché ha saputo capire
che cosa ci teneva legati e che cosa ci spingeva a combattere tutti uniti.
Un immenso amore per nostra madre.
E’ stato tra quelli che ha combattuto senza riserve senza mai arrendersi anche
quando l’evidenza dei fatti non ci dava molto da sperare.
Nonostante tutto mamma tra atroci sofferenze e tanta voglia di vivere superò
anche questo ostacolo, ma negli ultimi due anni della sua vita dovette tornare a
Stoccolma per sottoporsi ad altri trattamenti necessari per curare altre nuove
metastasi per un totale di quattro cicli in circa quattro anni.
Mia madre si è arresa dopo tredici anni di malattia, a 56 anni, la mattina del 26
maggio 2003, alle sei, per una seconda fatale emorragia allo stomaco.
La sera prima avevamo parlato del futuro e della vita!
Ironia della sorte è toccato a me, a conclusione di quello che avevamo cominciato
insieme, esserle vicino in quella maledetta mattina.
L’unica cosa che voglio raccontarvi è che, mentre lucida, capiva che tutto stava
per finire, le sue ultime parole furono per i suoi figli, suo marito e me, i grandi
amori della sua vita.
Io e la mia famiglia non rimpiangiamo nulla di tutto quello che abbiamo
fatto, anzi rifaremmo tutto e tutto allo stesso identico modo.
Per concludere spero che chi abbia letto questo libro abbia capito che :
se è un medico, tratti i suoi pazienti come se trattasse se stesso e non dimentichi
mai che una grande preparazione scientifica, senza umanità, è come un uomo
senz’anima;
se è un parente di una persona ammalata di cancro, trovi la forza di andare
avanti comunque vadano le cose, di non arrendersi, di non credere che esista una
sola verità scientifica e di superare tutte quelle convinzioni, oramai
sorpassate, che considerano il cancro un male invincibile.
E a te, caro amico ammalato, dedico le ultime righe: mai e poi mai rinunciare alla
vita è il bene supremo; mamma ha combattuto fino a quando ha avuto forza di
farlo e si è arresa quando realmente tutto era finito.
Questo le ha concesso di vincere il cancro per tanti anni. Puoi farcela ad
imitare mamma e a vivere quanto lei e più di lei.
Ma ricordati che nessuno potrà mai darti quello che solo tu hai dentro: la
voglia di vivere!
Ciao mamma!
Manda il tuo commento al
info@radiochirurgia.it
|